.
Annunci online

ilsensodelvero
avvistamenti, svelamenti, dissolvenze
cinema
19 agosto 2007
Passioni apocalittiche - Mel Gibson
[Qualche tempo fa, in occasione dell'uscita di Apocalypto, scrivevo...]


Mettiamo le cose in chiaro: NON HO VISTO APOCALYPTO!
E allora, perché scrivere su qualcosa che non si è visto?
Semplice, perché quest'uomo mi disgusta, mi disgusta il suo cinema.
E se ho capito qualcosa del Cinema, infilarsi i panni del precog è un gioco da ragazzi. E' sufficiente leggere qualche sinossi.
Nei suoi film non c'è complessità, la psicologia dei personaggi è del tutto assente, il conflitto bene versus male è di una banalità disarmante.

Partiamo dal titolo.
Illuminante, perché spiega più di mille immagini.
In greco significa Rivelazione, quindi scoprire e rendere manifeste le cose nascoste. Ma qui restiamo nel campo dell'etimologia e della filologia, vi pare che Mel abbia di queste velleità? Giammai!
Il film soggiace, pare evidente, al significato comune del termine.
Troppo sofisticato per Gibson pensare al libro dell'Apocalisse in cui,
dopo visioni d'incubo, si celebra la vittoria del Cavaliere dal cavallo bianco sul drago e sui malvagi.
A Mel non interessa la parte finale del libro, là dove luce e beatitudine trionfano; a lui interessano le catastrofi, gli orrori, i cataclismi.
A lui interessa l'aggettivo "apocalittico", non certo l'Apocalisse e la sua complessità. E in questa complessità ci metto l'interpretazione del nostro Eugenio Corsini secondo cui l'Apocalisse è il racconto allegorico di un evento fondamentale già accaduto: la Passione, morte e resurrezione di Cristo.
Un evento che continua ad accadere, anche oggi, anche domani.
Già, che strana coincidenza.
Scommetto che anche in questa sua ultima fatica Mel abbia dimenticato il terzo elemento: la Resurrezione.
Beh, penso che il titolo, in fondo, sia più che sufficiente per giudicare un uomo che ha già mostrato evidenti “limiti cinematografici”.
Sarei curioso di leggere la critica di un uomo troppo presto strappato ai suoi cari e alla sua passione/lavoro.

La Passione di Gibson o dell’inganno cialtrone.
C’è un’intervista a Zeffirelli apparsa sul Corriere della Sera nel Febbraio 2004 (mese del lancio del film negli Stati Uniti) illuminante.
Sul Set dell’Amleto zeffirelliano si gira la scena in cui Amleto trafigge Polonio nascosto dietro l’arazzo. Il regista comanda lo stop e inizia a esaminare dalla mdp lo sguardo di Polonio agonizzante; al suo fianco c’è Mel che appare molto interessato. Dopo qualche istante si avvicina a Ian Holm (Polonio) e dice:”Un animale ferito a morte non resta con lo sguardo fisso ma rotea gli occhi negli ultimi spasimi, prima insieme, poi in direzioni opposte… Come uno strabico insomma, fa quasi ridere”. Sbigottiti, l’attore e il regista chiedono a Mel come faccia a sapere queste cose. Mel sorride:”Ne ho visti morire tanti. Gli occhi sono gli ultimi a fermarsi, subito dopo il cuore, pochi secondi. Quando posso, per rilassarmi, vado nei miei allevamenti e ne ammazzo tanti di vitelli nei giorni di mattanza. Ma con la pistola quelle bestie muoiono troppo in fretta. Si capisce meglio quello che gli succede attraverso gli occhi dei vitelli quando li sgozziamo”.
A tutto questo aggiungiamo la cultura familiare di cui si è cibato e che propugna una ferma ostilità nei confronti dei Concili (sappiamo tutti, immagino, i fondamenti della setta dei sedevacantisti), e il quadro è abbastanza chiaro da aprire in noi una riflessione sulle reali intenzioni di Gibson quando ha intrapreso questa macabra avventura iconica.
Non penso che Gibson abbia tenuto in gran conto l’enciclica Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, o sbaglio?
Contemporaneamente a The Passion usciva nelle sale italiane il film di Martone “L’Odore del sangue”. Qua il sangue non si vede mai, è sempre fuori campo, e non importa se si tratta di un altro tipo di Passione, decisamente desiderabile. Di là, al contrario, vorresti non vederlo mai quel sangue, vorresti solo “sentirlo” tra le pieghe del racconto cinematografico e, invece, questo cowboy impone di vederlo, ti obbliga mutuando la tecnica della Cura Ludovico. Ecco, questa io la definisco regia "cialtrona" (seguo l'etimologia).

Ricordo ancora alcune critiche, una in particolare.
Non mi convinse, non poteva convincermi, per quanto la sua scrittura materica irretisse occhio e testa non riuscì a prendermi in ostaggio. Ricorda Pasolini, Duvivier, Scorsese, Meszaros alla ricerca di un sostegno “importante”. Parla di condivisione del sacrificio, di un cinema sacro e rituale, di movimenti di macchina che simulano la Caduta, la discesa di un uomo che ha deciso di sacrificarsi. No, non mi convinse. Non mi convinse perché io non vedevo verticalità in quelle immagini (tranne in un paio di casi), ma una feroce volontà di incollarti alla carne sofferente, proprio come accadeva ad Alex in Arancia Meccanica. Era libero di guardare altro Alex? No, non era libero. E neanche Noi siamo liberi di guardare altro quando vediamo The Passion.
Penso che, da sedevacantista, Mel Gibson rifiuti programmaticamente ogni interpretazione conciliarista per alzare in trionfo una visione gotica di Cristo, una visione dunque violenta.
Basterebbe cercare su Google il Cristo di Grunewald


http://artyzm.com/obrazy/grunewald-crucifixion.jpg   http://www.bestpriceart.com/thumb/150x150/abc_grunewald14.JPG
http://www.clionautes.org/IMG/grunewald.jpg

per capire di quale violenza stiamo parlando.
Era così che si faceva nel Medioevo, mostrare la violenza per far cessare la violenza. E Gibson s’adegua alle sue fonti privilegiate, fa del Cinema neo-medievalista e centra in pieno la missione. Quello che accadeva in Iraq, d’altronde, non era dissimile. L’operazione di Gibson era attualissima, e infatti quel fiume di sangue si è ben presto tramutato in un fiume d’oro.
Ha prodotto SENSO The Passion?
Come può produrre senso nello spettatore un film che ti sbatte in faccia l’orrore di un uomo massacrato?
Che ti sbatte in faccia volti deformi tra i cattivi e volti innocenti tra i buoni?
Che non conclude la Passione (perché non la “conclude”, non ha la capacità né la volontà di “concluderla”), di fatto negandola.
Non accetterò mai un Cinema integralista e fanatico, un Cinema artatamente pornografico, artatamente orrorifico.
Un Cinema, in definitiva, che annichilisce.

Poi penso a Pasolini e Scorsese, con quel loro senso dell'immagine e del racconto denso e poetico, e mi riconcilio col Cinema...


[Un lettore replicò contestando il racconto di Zeffirelli e la campagna denigratoria messa in atto dai media.]


Seppure il racconto di Zeffirelli fosse falso,
non comprometterebbe l'analisi sull'ultima produzione gibsoniana.
E, comunque, non vedo perché dovrebbe raccontar frottole, tanto più che il dialogo sul Corriere è riportato con un eloquente virgolettato.
Diciamo che l'aneddoto rafforza eventualmente il mio esercizio critico, ma di certo non lo compromette.

Lasciamo da parte l'aspetto privato del regista e, quindi, omettiamo anche i miei riferimenti ai cristiani sedevacantisti.
Cosa resta?

Un film senza respiro, voyerista e ostinatamente orizzontale (i movimenti della mdp non seguono una caduta, come pure qualcuno - che ho sempre stimato - aveva teorizzato). Un film che non dialoga con lo spettatore, costretto da una regia inquisitoria a subire un "massacro ottico"; costretto a schiacciarsi a terra per condividere la polvere di quel cammino, il sangue di quelle torture.

Ma il limite registico di quest'uomo si manifesta, con rara evidenza, nel finale della pellicola.
Nel Cinema vi sono delle situazioni che un regista vorrebbe evitare, tra queste v'è certamente "la presentificazione del Divino".
Mel Gibson si lascia sedurre dalla "figura" rinascimentale (d’altronde, unico referente culturale del regista), sostenendola con la computer graphics, riuscendo a de-sacralizzare il momento decisivo della tradizione cristiana:
la Resurrezione.
Penso che ogni regista, in particolare chi si misura con il Divino, dovrebbe leggere lo studio di Florenskyi sull’Icona (opera che sicuramente il cowboy ignora). Non temo smentita se affermo che per comprendere (guardare?) il mistero della Resurrezione occorra attraversare l’esperienza iconica. E’ l’unica forma che aiuta lo sguardo a sostenere il passaggio dall’umano al divino.
Gibson gira l’atto decisivo del Cristianesimo restituendo un’immagine carnale, oltretutto artificiosa, del Cristo. Nulla a che vedere con l’assoluta astrazione dell’Icona.
Detto altrimenti: il Fuori Campo per antonomasia della Storia Occidentale non meritava questa regia umana troppo umana.

[Ovviamente, qualche tempo dopo, ho noleggiato Apocalypto... poche parole]

STENDIAMO UN VELO PIETOSO... AMEN!


                                      
                                                                                                                                                        [Hermes O'Blivion]






Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. mel gibson the passion apocalypto

permalink | inviato da Hermes O'Blivion il 19/8/2007 alle 12:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
  

Avvistamenti
Link
Cerca

Feed

Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 1 volte




IL CANNOCCHIALE